L’incidente causato dalla circolazione di animali selvatici: profili risarcitori all’attualità.

In riferimento ai sinistri stradali causati dalla circolazione della fauna selvatica occorre anzitutto specificare che a far tempo dalla L. 968 del 1977, gli animali selvatici rientrano nel patrimonio indisponibile dello Stato e, dunque, da allora la selvaggina non è più considerata una “res nullius” (letteralmente, “cosa di nessuno”) essendo tuttora qualificata, ai sensi della L. n. 157/1992, un bene pubblico di proprietà dello Stato.

Ciò ha comportato che, in un primo tempo, la disciplina della responsabilità per il danno cagionato da animali selvatici si riteneva contenuta nell’art. 2052 del codice civile, il quale prevede che

Il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.

Si parlava, a riguardo, di un’ipotesi di responsabilità oggettiva che, in deroga a quanto previsto dalla clausola generale di cui all’art. 2043, prescinde dall’accertamento del dolo e della colpa e ritiene di per sé sufficiente, ai fini risarcitori, il rapporto tra il proprietario e l’animale; peraltro, un tale inquadramento era utile a soddisfare l’esigenza sociale di allocazione della responsabilità, con conseguente obbligo di risarcire il danno nei casi in cui talune attività presentino un rischio “tipico”, qual è – ad esempio – la responsabilità per l’esercizio di attività pericolose prevista dall’art. 2050 del codice civile.

Con riguardo al riparto dell’onere probatorio, la fattispecie di cui all’art. 2052 costituisce un’ipotesi cd. responsabilità aggravata, poichè impone al proprietario dell’animale di provare la sussistenza del “caso fortuito”: l’operatività della responsabilità oggettiva e/o aggravata avrebbe dunque consentito al danneggiato di limitarsi a dimostrare la verificazione dell’evento dannoso ed il rapporto tra l’animale e l’ente (a tal fine richiamando la L. 968 del 1977), con conseguente onere dell’ente proprietario dell’animale di fornire la prova rigorosa del caso fortuito, ossia quell’avvenimento eccezionale estraneo al proprio controllo che ha causato l’incidente.

È chiaro che, se così fosse, sarebbe del tutto agevole ottenere il risarcimento dei danni subiti in seguito ad un sinistro stradale causato dalla circolazione di animali selvatici, tanto è che, più di recente, numerose pronunce della giurisprudenza di legittimità hanno escluso l’applicabilità dell’art. 2052 poiché, com’è stato motivato, lo stato di totale libertà in cui vive la fauna selvatica scongiura in limine l’obbligo di custodia in capo al soggetto pubblico (Cassazione Civile, sez. VI, ord. n. 13488 del 29/05/2018).

Secondo il filone giurisprudenziale appena citato, dunque, i danni causati dallo scontro dei veicoli con animali selvatici sono sì suscettibili di risarcimento – sussistendone i presupposti del caso e di legge – e, tuttavia, la disposizione di riferimento è contenuta nell’art. 2043 che implica anzitutto l’applicazione del più rigoroso regime probatorio che vede l’attore-danneggiato tenuto a dimostrare il comportamento colposo dell’Amministrazione, oltre al nesso di causalità fra tale comportamento e l’evento dannoso.

In species, il comportamento colposo imputabile all’Amministrazione, sia essa – come si vedrà più oltre – la Regione o la Provincia – può essere di varia natura: oltre all’obbligo in capo all’Ente proprietario della strada di segnalazione ed installazione dell’apposita segnaletica nei tratti viari oggetto di probabile attraversamento di fauna selvatica, previsto ex artt. 95 del D.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495 e art. 14 del D. Lgs. n. 285 del 1992 (cd. Codice della Strada), deve ritenersi esigibile, da parte dell’Ente preposto, un comportamento idoneo a garantire la fruibilità della strada da parte degli utenti in totale sicurezza e, ciò, sia mediante l’utilizzo di mezzi diretti, quali ad esempio l’allestimento di sottopassaggi o sovrapassaggi, l’utilizzo di recinzioni, l’impiego di catarifrangenti a bordo strada con effetto dissuasivo, la piantumazione di siepi spinose, ovvero ancora, tra i mezzi cd. indiretti, l’utilizzo di segnaletica stradale, anche luminosa.

È infatti vero che l’eccesso di popolamento, la determinazione poco accorta dei luoghi in cui gli animali trovano cibo ed acqua, l’assetto e le modalità di delimitazione del territorio in relazione alla prossimità con le strade pubbliche, così come l’esistenza di fonti incontrollate di richiamo della selvaggina verso la sede stradale e la mancata adozione di tecniche di captazione degli animali verso le aree boscose lontane da strade e da agglomerati urbani, possono ben incrementare i rischi di interferenze con la circolazione dei veicoli.

Le condotte omissive possono poi consistere in violazioni dell’obbligo di amministrazione del territorio, con particolare riferimento al dovere dell’ente pubblico di gestire la fauna selvatica ivi insediata. Come infatti specificato da una recente pronuncia della Suprema Corte,

è da ritenere che la responsabilità aquiliana per i danni a terzi debba essere imputata all’Ente (Regione, Provincia, Ente parco o Associazione) a cui sono stati concretamente affidati, nel singolo caso, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, con autonomia decisionale sufficiente da consentire loro di svolgere l’attività in modo da poter amministrare i rischi di danni a terzi che da tali attività derivino” (Cassazione Civile, 8/1/2010, n. 80).

Ai fini dell’individuazione dell’Ente gravato degli obblighi sopra riportati, dev’essere richiamata la L. 11 febbraio 1992, n. 157, che delega alle Regioni l’emanazione di norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (art. 1, comma 1) e dispone che le Province attuino la disciplina regionale “ai sensi della l. 8/6/1990, n. 142, art. 14, comma 1, lett. i)”, cioè in virtù dell’autonomia ad essa attribuita dalla legge statale, non per delega delle Regioni; la suddetta previsione è transitata, praticamente immutata, all’art. 19, comma 1, lett. e) del D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, tuttora vigente.

In relazione alla specifica materia della caccia, poi l’art. 10, comma 2, della a L. 11 febbraio 1992, n. 157, dispone che le regioni e le province realizzino la pianificazione faunistico- venatoria finalizzata agli obiettivi di cui al comma 1; mentre il successivo comma 7 stabilisce che “le province predispongono, articolandoli per comprensori omogenei, piani faunistico-venatori“, nonché piani di miglioramento ambientale tesi a favorire la riproduzione naturale della fauna selvatica e piani di cattura di animali selvatici presenti in soprannumero nei parchi nazionali e regionali; da tali disposizioni, dunque, emerge la competenza essenzialmente normativa dell’ente regionale, contrapposta alla maggior concretezza ed effettività delle funzioni amministrative e di gestione riservate alla Provincia.

Il problema è tornato più volte all’esame della Suprema Corte ed ha contribuito a realizzare un acceso dibattito in materia.

In passato, infatti, si è detto che la regione è obbligata ad adottare comunque tutte le misure idonee ad evitare che la fauna selvatica arrechi danni a terzi, con conseguente sua responsabilità, ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., per i danni provocati dagli animali selvatici a persone e cose (Cassazione Civile, 24/09/2002, n. 13907) ed è stato altresì rilevato che la Regione rimane responsabile anche in caso di delega delle relative funzioni alle province (Cassazione Civile, 1/8/1991, n. 8470).

In questo senso, per quanto interessa il territorio emiliano-romagnolo, fondamentale rilevanza assume la L. R. 15 febbraio 1994, n. 8, che assegna alla Provincia il compito di gestire in maniera diretta le risorse messe a disposizione per la realizzazione degli interventi programmati e per la prevenzione, nonché di risarcire i danni arrecati dalla fauna nelle zone di protezione, così come sussiste in capo all’ente provinciale, in virtù della citata legge, un ruolo promotore volto alla creazione ed alla gestione degli habitat naturali, alla salvaguardia della fauna stessa.

Non solo, è di recente emanazione la L.R. n. 13 del 2015, la quale ha rimesso alla Regione l’esercizio delle funzioni di programmazione e pianificazione nonché tutte le funzioni amministrative in applicazione della normativa comunitaria, statale e regionale in materia di protezione della fauna selvatica ed esercizio dell’attività venatoria, con esclusione delle attività di vigilanza, di applicazione delle sanzioni amministrative e delle attività collegate all’attuazione dei piani di controllo della fauna selvatica che restano confermati alle Province.

In sintesi, alla Regione Emilia Romagna sono attualmente affidate funzioni di programmazione e coordinamento ma altresì funzioni amministrative di protezione della fauna selvatica e di corretto esercizio dell’attività di caccia, mentre le attività di vigilanza sono interamente riservate alle Province; se dunque, da un lato, il controllo è riservato all’Amministrazione Provinciale, residua indubbiamente un ruolo attivo della Regione, quanto meno in riferimento al contenimento delle specie, volto a conseguire un livello di densità ottimale della fauna selvatica.

Tuttavia, posto il carattere per lo più programmatico dei compiti e delle funzioni rimesse alle Regioni, deve tuttavia richiamarsi l’orientamento pressoché univoco della giurisprudenza di legittimità che vede la Provincia quale ente di riferimento per il risarcimento dei danni subiti dagli utenti a causa della circolazione della fauna selvatica.

Ritiene chi scrive che nel territorio emiliano-romagnolo siano legittimati passivi sia la Regione che la Provincia, con specifico riguardo al comportamento colposo posto in essere dall’una e dall’altra nel caso specifico.

È ovvio tuttavia che, laddove l’amministrazione coinvolta dimostri il proprio atteggiamento operoso, ossia di aver correttamente adempiuto agli obblighi ad essa imputati volti ad impedire il verificarsi di eventi dannosi, la stessa andrà esente da responsabilità risarcitoria: così, ad esempio, se l’Ente preposto abbia provveduto all’installazione di idonea segnaletica stradale, ovvero ancora, se abbia in ogni caso adottato misure idonee ad impedire l’attraversamento della carreggiata da parte della fauna selvatica.

Come ha invero ribadito di recente la Suprema Corte

Per i danni causati da animali selvatici, è da ritenere che la responsabilità aquiliana per i danni a terzi debba essere imputata all’ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione, ecc., a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, con autonomia decisionale sufficiente a consentire loro di svolgere l’attività in modo da poter amministrare i rischi di danni a terzi che da tali attività derivino.

(Cassazione civile sez. VI, 29/05/2018, n.13488).

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